Lingua e cultura italiane in Olanda (o Paesi Bassi che dir si voglia)

L’Olanda è uno dei Paesi più amati da tanti italiani sia come meta turistica (soprattutto Amsterdam, anche se tutto il territorio meriterebbe più di una visita) sia lavorativa.
È interessante però osservare come questa attrazione sia in realtà reciproca. E vi spiego perché.
Ogni volta che dico agli italiani che lavoro in Olanda, la maggior parte commenta “Che bello!”, la stessa identica frase pronunciata da molti olandesi quando dico che sono italiana, con l’aggiunta: “Che cosa ci fai qui? Perché non torni nel tuo Bel Paese?”
Ho lavorato all’Università di Groningen come Lettore per il MAE, alias Ministero degli Affari Esteri italiano, e ora sto continuando nella stessa Università come studentessa di Dottorato in ambito glottodidattico; sono qui da più di un decennio e sia per interesse personale, sia in seguito a richieste da parte delle nostre istituzioni in loco, mi sono fatta un quadro della situazione dell’insegnamento della lingua e cultura italiane nei Paesi Bassi, anche soprattutto per come si sta evolvendo nell’attualità.
Mentre nelle scuole superiori l’italiano è quasi assente, per quanto riguarda le Università l’insegnamento viene impartito sia nei Dipartimenti di Lingue, sia nei Centri linguistici (alcune volte, come a Groninga, nella stessa sede è presente sia l’uno sia l’altro; altre volte invece succede il contrario, in quanto esiste solo uno dei due) ad Amsterdam, Utrecht, Leida, Tilburg, Nimega, Maastricht e Groninga. La situazione da qualche anno a questa parte si è fatta critica: gli studenti sono in netto calo, per lo meno nei Corsi principali, mentre in quelli che inseriscono lo studio della lingua all’interno di altre Facoltà – International Relations, Economics, al.-, rimane più o meno stabile se non in lieve aumento. Il motivo è che in generale gli studi umanistici sono dappertutto molto in crisi, e soprattutto in Olanda stanno subendo un forte attacco in virtù di una gestione sempre più manageriale – tot alunni, tot insegnamenti-, tanto da sollevare critiche e proteste da parte di docenti e studenti che sembrano, almeno per ora, rimanere inascoltate.
Oltre all’Istituto Italiano di Cultura ad Amsterdam che offre Corsi di italiano, ma anche

Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam

Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam

di olandese per chi vuole inserirsi nella realtà lavorativa locale, vi sono istituzioni che coinvolgono tanto italiani quanto olandesi, quali i diciotto Comitati Dante Alighieri, dei quali solo alcuni prevedono anche Corsi di lingua, e soprattutto le Università popolari, Volksuniversiteiten, delle quali almeno quarantanove dai più grandi ai più piccoli centri, contano sul più rilevante numero di studenti di lingua italiana nel Paese; tali enti convivono insieme a numerose realtà di scuole semi private e iniziative private più o meno importanti quanto a frequenza e varietà di offerte, così copiose e disperse su tutto il territorio, da renderne quasi impossibile il censimento completo.
Sono queste ultime che rendono significativamente conto del reale interesse e amore degli olandesi per la nostra lingua e cultura, rendendo giustizia di quel “Che bello!” dell’inizio.
In ogni angolo dell’Olanda infatti, anche il più piccolo e remoto, è possibile imbattersi in una o più occasioni di imparare la bella lingua. E anche se tuttora resiste e continua a regnare sovrano il principio del “so l’italiano e quindi lo posso insegnare”, recentemente si sta sempre più affermando, e fortunatamente, la logica dell’insegnante specializzato e con titolo adeguatamente certificato, non tanto da esibire alle istituzioni locali, dove non conta più che il saper parlare inglese correttamente e magari anche l’olandese, il che non guasta, quanto in virtù di una maggiore consapevolezza professionale.
Così che scuole e scuolette continuano a fiorire, favorite dalle sempre più numerose possibilità fornite dalla rete, ma ogni giorno di più con docenti formati, aggiornati – grazie anche alle iniziative dell’Associazione locale degli insegnanti di italiano Levende Talen – sectie Italiaans– e in linea con le ultime tendenze in campo glottodidattico.
In considerazione della difformità appena evidenziata nella formazione dei docenti, non stupisce che anche tra le metodologie adottate nelle diverse situazioni di apprendimento, si riscontri una relativa disomogeneità: dal più tradizionale approccio grammatical-traduttivo di stampo formalistico in auge sia nei corsi privati e delle Università popolari – ma anche di quelli universitari regolari-, a quelli comunicativi, situazionale e nozionale-funzionale, ai più recenti di area umanistico-affettiva, dove il docente svolge per lo più un ruolo di guida e consulenza teso a sviluppare un’autonomia sempre maggiore nel processo di acquisizione del discente.
Va detto che la scelta del metodo è anche in parte relazionata con la tipologia di quest’ultimo e dei suoi bisogni comunicativi. Se da un lato gli studenti più anziani, molto numerosi in Olanda, sono rimasti più legati ad un approccio prevalentemente “passivo”, legato al desiderio di leggere libri e riviste in lingua italiana, oltre che di trascorrere le vacanze nel Bel Paese con qualche utile conoscenza sia della lingua sia dei suoi usi e costumi, lo studente più giovane, da sempre abituato ad un apprendimento “spontaneo” delle lingue – per esempio, grazie alla visione di film in versione originale-, richiede un percorso facilitato da uno sfruttamento diffuso delle NT – Nuove Tecnologie- che parte da bisogni comunicativi concreti, nei quali sono privilegiate le relazioni individuali e di gruppo.
Quanto alle difficoltà più frequenti, oltre alla pronuncia – in particolare le velari sorde e sonore c, ch, g, gh, ma anche la differenza tra f/v-, la più notevole rimane la concordanza tra femminile/maschile in aggiunta al singolare/plurale, senza dimenticare gli intoppi dovuti alla mancanza di una vera e propria regolarità delle strutture grammaticali, le c.d. “eccezioni”, che nonostante le continue richieste di chiarimenti e le relative risposte, continuano a rimanere un mistero per tutti.

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L’insegnamento della lingua italiana in Tunisia

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Istituto Bourguiba – Tunisi

Come tanti altri paesi del bacino mediterraneo anche in Tunisia l’insegnamento della lingua italiana si sta propagando. La Tunisia ha sempre dimostrato un grande interesse per lo studio delle lingue straniere (oltre all’inglese, lingua universale, e il francese considerato seconda lingua ufficiale del paese dopo l’arabo) specie negli istituti privati o nel famoso Istituto Bourguiba School in cui si organizzano corsi serali in varie lingue.

Per quello che riguarda linsegnamento dell’italiano  in Tunisia, bisogna risalire alla seconda metà degli anni ‘60. È in quegli anni, infatti, che lingua italiana viene inserita nei licei come materia degli ultimi quattro anni (a quell’epoca al liceo si studiava per 7 anni e non esistevano le scuole medie). L’allievo doveva scegliere una sola lingua tra quattro possibilità: l’inglese, lo spagnolo, l’italiano e il tedesco. Per la maggior parte degli studenti dover scegliere una sola lingua era molto difficile. Per molti di loro era illogico non poter studiare mai l’inglese, una volta deciso che l’italiano sarebbe stata la materia base. Di conseguenza solo un numero molto ridotto di allievi optavano per l’italiano che si studiava solamente in due licei in tutto il paese. Questa situazione è rimasta così fino al 1989, anno in cui il governo decise di inserire l’insegnamento delle dette oggi «lingue terze» in tutti i licei del paese. Queste lingue sono considerate lingue opzionali cioè si studiano negli ultimi tre anni e nei tre livelli di A1, A2 e B1.

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Università Mannouba – Tunisi

Questa decisione ha permesso però a migliaia di studenti tunisini di avvicinarsi alla lingua di Dante. Anche se era molto difficile dal punto di vista didattico, vista l’assenza di un manuale scolastico e dei mezzi pedagogici necessari, il primo anno è stato molto piacevole per i 25 insegnanti sparsi nelle 24 direzioni regionali di insegnamento. Dopo due anni abbiamo cominciato ad usare dei manuali scolastici italiani fino ad arrivare, qualche anno dopo, ad usarne uno elaborato da insegnanti tunisini. E’ vero che gli approcci variano da un manuale all’altro ma la bravura dei docenti ha fatto sì che qualsiasi difficoltà didattica incontrata venisse superata e ciò rivela quanto i nostri docenti si siano impegnati con grande forza ed amore per promuovere l’insegnamento della lingua italiana. Oggi l’aumento notevole del numero dei docenti, da 25 nel 1989 a 576 attualmente, è una testimonianza della forte e massiccia richiesta degli studenti. Per capire l’interesse che risveglia lo studio dell’italiano, basta dare un’occhiata al numero di iscritti: 16.242  al primo livello e 22.041 al secondo. In questi ultimi 5-6 anni il lavoro degli insegnanti è stato reso più complicato dalla sostituzione dei temi studiati prima con altri considerati da molti docenti inadeguati. Ai docenti va il merito di aver contribuito, nonostante tutte le difficoltà, a promuovere l’insegnamento della lingua italiana, inserendo l’uso delle nuove tecnologie, motivando gli studenti con varie tecniche didattiche e spingendoli ad amare questa bella e melodica lingua. Un grandissimo merito va ai colleghi ispettori che grazie alle innumerevoli giornate di formazione, le lezioni «testimone» ed i seminari organizzati nei vari centri e licei, stanno cercando di portare avanti e promuovere l’insegnamento della lingua italiana.

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Faculté de Lettres – Università Mannouba

Non bisogna dimenticare il contributo delle varie facoltà, prima tra tutte quella di lettere dell’università Mannouba a Tunisi e dei vari istituti nei quali si insegna l’italiano. Inoltre ricordiamo l’impegno dell’Istituto Italiano di Cultura e della Dante Alighieri di Tunisi. Una lamentela degli oltre 570 insegnanti d’italiano che lavorano nei licei tunisini è, però, l’assenza da quasi 20 anni di tirocini di formazione e corsi di aggiornamento organizzati in Italia da parte di università italiane. Nel passato questi corsi avevano aiutato moltissimo i docenti tunisini a tenersi aggiornati sulle ultime novità in campo didattico ma oggi purtroppo non esistono più nonostante l’importante aumento del numero dei docenti d’italiano in Tunisia, che secondo la mia modesta conoscenza, non ha pari in nessun altro paese.

Hichem Saïd, Ispettore coordinatore di lingua italiana. Tunisi.

L’italiano in Serbia

Per raccontarvi la mia esperienza come insegnante d’italiano LS in Serbia, parto da dove tutto è cominciato: la Facoltà di Filologia dell’Università di Belgrado. Da decenni in questa facoltà si formano decine di insegnanti di lingua e letteratura italiana. Anche la mia storia è cominciata lì. Mi chiamo Olgica Andric, ho 36 anni e vivo a Novi Sad, la seconda città serba. La presenza dell’italiano nelle scuola pubbliche di Novi Sad è minore rispetto a quella delle altre lingue (tedesco, francese e russo) e quindi noi insegnanti d’italiano ci dovremo battere per la nostra professione e per far fronte a una richiesta di lezioni di italiano in aumento. Gli studenti serbi si mostrano molto favorevoli allo studio della lingua italiana e i motivi sono tanti: il mito che l’italiano sia facile da imparare, l’interesse turistico e culturale e il fatto che l’italiano sta diventando una lingua sempre più richiesta nell’ambiente lavorativo. Naturalmente, l’inglese è obbligatorio e molti bambini cominciano a studiarlo già all’asilo.

Liceo linguistico di Sremski KarlovciHo avuto la fortuna di insegnare al Liceo linguistico di Sremski Karlovci, il primo e il più conosciuto in Serbia, fondato nell’Ottocento, però la maggior parte della mia vita lavorativa l’ho trascorsa nelle scuole di lingua private in cui bisogna sempre essere innovativi e motivati, dare sempre il meglio e cercare modi nuovi di proporre corsi ed essere sempre un passo avanti rispetto alla concorrenza. In quell’ambiente ho sempre avuto la libertà di usare programmi che considero i migliori e di organizzare diverse attività per la promozione della lingua italiana, sia per i bambini che per gli adolescenti e gli adulti.

Gli studenti che scelgono l’italiano come la seconda lingua straniera già dalle medie riescono a raggiungere un livello B2. Altri, invece, nel momento in cui hanno bisogno di raggiungere un determinato livello d’italiano, di solito per poter continuare gli studi in Italia o perché l’italiano gli è richiesto per lavoro, si iscrivono ai corsi d’italiano nelle scuole private o presso l’Istituto Italiano di Cultura di Belgrado. Molto spesso, una volta raggiunto il livello B2 o C1, vogliono specializzarsi nei linguaggi settoriali e così scelgono corsi specifici o si iscrivono ai corsi preparatori per gli esami CILS, CELI e PLIDA.
Test finale- adultiDato che la maggior parte dei programmi televisivi è in lingua originale con i sottotitoli, lo studente serbo è abituato sin da piccolo a sentire la TV in lingua straniera e a studiarla a scuola. Nel processo di apprendimento dell’italiano gli studenti di madrelingua serba dimostrano alcuni “punti forti” e “punti deboli”. Il punto forte è sicuramente la fonetica italiana. Molti studenti riescono ad acquisire una pronuncia non tanto diversa da quella di un madrelingua ma per poterlo fare è necessario anche soggiornare in Italia e frequentare lì un corso d’italiano. I punti deboli riguardano le differenze tra le due lingue: il serbo non conosce il congiuntivo e gli articoli e questo per un parlante serbo è una difficoltà. A volte gli studenti incontrano alcune difficoltà nella struttura della frase e fanno errori perché cercano di trasmettere l’ordine delle parole dal serbo all’italiano (per esempio in serbo l’oggetto può essere messo all’inizio della frase e non bisogna usare il pronome diretto per farlo notare, ma si capisce dal caso usato).

Il metodo comunicativo-culturale che ultimamente viene usato da molti insegnanti è arricchito con contenuti multimediali in forma di presentazioni, fumetti, audio-visivi ed infografiche. Vivendo nell’epoca tecnologica sappiamo che ogni dispositivo mobile può diventare uno strumento didattico. Abbiamo superato tutte le distanze che avevamo prima quando l’unico contatto con l’italiano vivo era tramite la TV, la radio o il cinema, ora ci possiamo trovare in tempo reale in qualsiasi parte del mondo, sentire i parlanti di madrelingua e avere sempre in tasca dizionari ed enciclopedie. Basta avere una connessione ad Internet e voglia di imparare.

Pur avendo degli insegnanti ben preparati, gli studenti motivati e la libertà di usare strumenti didattici diversi, il futuro Sciopero degli insegnanti, foto blic.rsdella lingua italiana in Serbia dipende da diversi fattori. Il più importante sarà introdurre l’italiano nella scuola primaria e secondaria come la seconda LS e dare agli studenti e ai genitori la possibilità di scegliere quale lingua studiare o far studiare ai propri figli. Ci potrebbero dare una mano le aziende italiane presenti in Serbia, finanziando i progetti d’insegnamento dell’italiano al livello elementare e al livello professionale, così come Enti governativi ed Organizzazioni non governative. Purtroppo, le ultime misure del Governo serbo e la diminuzione degli stipendi nel settore pubblico hanno provocato tante tensioni nel settore dell’istruzione. Ma la nostra missione continua, perché essere insegnanti non è solo una professione, è una passione che dura per sempre.

Insegnare italiano in Russia: la mia esperienza

Riflessi-a-San-Pietroburgo-a20726147«Parto per la Russia, insegnerò italiano a San Pietroburgo»: quando un anno e mezzo fa ho dato questo annuncio i miei amici si sono divisi tra gli entusiasti e gli scettici. L’idea di partire e lasciare per un po’ l’Europa sembrava un’idea di per sé intelligente, ma si trattava comunque di affrontare un nuovo paese e una nuova cultura. E spesso molte persone non capiscono esattamente cosa faccio: insegnare italiano ai russi? E perché mai? Cosa ci faranno i russi con la nostra lingua, che “non serve a niente”?
Sono partita per San Pietroburgo con le idee poco chiare. Sapevo soltanto che la città ha forti legami culturali con il nostro paese perché deve la sua bellezza a molti architetti italiani, e inoltre le mie precedenti esperienze con studenti russi erano state molto positive, quindi mi sembrava un buon momento per affacciarmi alla nazione più grande del mondo e accettare una sfida importante: tornare studentessa e, dopo tanti anni di insegnamento, ricordare cosa significhi imparare una lingua.
La mia esperienza si basa sulla realtà delle scuole private. In Russia non esistono corsi a “prezzo politico” come quelli delle scuole popolari in Germania, Austria e Scandinavia: qui vige il più assoluto libero mercato, difficilmente si può usufruire di servizi base come nelle nazioni con un forte stato sociale. Per questo motivo, quando i russi hanno iniziato a uscire fuori dalla loro autarchia linguistica è nato un fiorente mercato di scuole private.

Per quanto riguarda l’insegnamento universitario anche in Russia il reclutamento avviene per altri canali, valgono altri requisiti e l’esperienza di molti insegnanti di italiano per stranieri risulta non idonea.

Nell’affrontare il pubblico russo ciò che mi preoccupava era la differenza tra le due lingue, e invece mi sono ricreduta. Sono molte di più le affinità che le divergenze, come l’affinità Piter2fonetica; ad esempio anche il russo è ricco di affricate – suoni che di solito mettono in imbarazzo parlanti di lingue affini alla nostra. A livello morfosintattico, può essere difficile entrare nella nostra logica analitica, soprattutto perché spesso lo studente adulto non ha studiato un’altra lingua europea, al massimo ha un’infarinatura di inglese o tedesco. Io e i miei colleghi siamo abituati a non dare per scontata neanche la corretta conoscenza dell’alfabeto latino. A ben vedere, però, le classiche difficoltà dei russofoni – come l’omissione degli articoli e del verbo essere al presente – non incidono sul piano della comunicazione. Confrontandomi con i colleghi abbiamo condiviso l’impressione che i nostri studenti raggiungano ottimi risultati in tempi abbastanza brevi, e che uno studio costante porti a un livello eccellente anche in un contesto LS.
La nota dolente con cui ci si deve scontrare in Russia, però, è quella metodologica. La visione del rapporto con l’insegnante è molto tradizionale e la relazione è verticale. La formalità e la distanza sono note caratterizzanti dell’impostazione a cui i miei studenti sono abituati. In particolare, nella didattica delle lingue quasi non c’è alternativa al metodo grammaticale-traduttivo.

Probabilmente non è un malinteso che appartiene solo ai russi, ma il più grande ostacolo con cui mi scontro è la ricezione del metodo comunicativo. Con questa definizione, infatti, in Russia intendono dire che “comunicano con un madrelingua” anche se studiano solo grammatica. Qualsiasi tecnica induttiva provoca diffidenza e frustrazione. D’altra parte, la sfida è molto stimolante per noi insegnanti, e attualmente siamo molti soddisfatti delle strategie messe in atto per mettere a loro agio gli studenti. Partendo dall’alfabeto illustrato – anche per concetti astratti – e dai giochini per scoprire le frasi S.O.S (“Cosa significa?” “Come si dice?”) rendiamo da subito lo studente autonomo e in grado di comunicare nell’immediato con l’insegnante senza ricorrere alla lingua madre. L’uso dei realia, della mimica, delle illustrazioni, è la base dei primi giorni di lavoro con i principianti, che dopo due lezioni non hanno in genere problemi di decodifica dell’input.

La motivazione allo studio è indubbiamente molto alta: tutti i russi sono innamorati di Piterciò che l’Italia rappresenta. L’immagine dell’italiano – in Russia forse più che altrove – è quella di una persona solare, creativa, che mangia bene e soprattutto canta sempre: in una parola, l’italiano con “la chitarra in mano e gli spaghetti al dente” di Toto Cutugno. I vari Albano e Ricchi e Poveri sono stati autentici promotori della lingua e della cultura italiana in questo paese, grazie all’incredibile successo che riscuoteva il Festival di San Remo negli anni Settanta e Ottanta. Immaginate cosa significasse durante il periodo sovietico vedere quel palcoscenico pieno di fiori e Romina vestita di bianco che cantava Felicità. Qui la cantano ancora adesso, questa canzone che per noi è un po’ trash, che ci imbarazza, e gli studenti si stupiscono che non mi piaccia. Per loro Felicità è il simbolo di quello che volevano diventare, un paese pieno di fiori con belle donne che hanno motivo di cantare al mondo che sono felici.
Dunque, l’italiano è ancora la lingua veicolare di tutto ciò che la Russia vorrebbe essere, e adesso che mi sento – quasi – a casa posso affermare con serenità che le nostre culture, nel bene e nel male, non sono affatto lontane e che un italiano può vivere molto bene qui. A mio avviso russi e italiani condividono lo stesso attaccamento ai valori tradizionali della famiglia e sono popoli rumorosi e allegri, un po’ disorganizzati ma con una grande cultura della solidarietà, che ho sperimentato di persona.

Purtroppo la Russia in questo momento si trova a fronteggiare ancora tensioni a livello internazionale, e noi insegnanti di italiano siamo preoccupati che venga meno una motivazione importante, quella turistica, vista l’eccessiva svalutazione del rublo. O forse fare un corso di italiano, a maggior ragione, sarà l’occasione per continuare a sognare il mare, il sole, e gli italiani con la chitarra in mano.

Antonella Spadafora

L’interesse per la lingua italiana in Turchia

La Turchia e l’Italia hanno sempre avuto rapporti diplomatici, politici e commerciali e la presenza di italiani a Istanbul risale a quando questa città si chiamava, prima Bisanzio e poi Costantinopoli. Anche Izmir, l’antica Smirne, è un’ altra città che nella storia ha sempre avuto rapporti commerciali con gli italiani, di cui fa parte anche la minoranza levantina italiana. Gli italo-levantini sono i membri di un’antica comunità d’origine italiana radicata da secoli – ci riferiamo alle repubbliche marinare di Venezia e Genova – nell’attuale Turchia, principalmente a Istanbul e Izmir. (1)
Ritornando ai nostri giorni, la richiesta sempre maggiore di corsi di lingua italiana è sicuramente da implicarsi al fatto che la Turchia e l’Italia hanno molti scambi commerciali e quindi la conoscenza della lingua italiana potrebbe essere per molti quel “quid” che permette di trovare un lavoro nella logistica e nell’industria. Si pensi alla Ferrero che nel 2013 ha aperto un grande stabilimento a Manisa, città non lontana da Izmir, dove si producono la Nutella e altri prodotti dello stesso marchio. Molti degli ingegneri e dei tecnici che vi lavorano stanno imparando l’italiano, così come già avveniva nella fabbrica della Fiat a Bursa, dove si producono alcuni modelli come la Fiat Doblò. Inoltre il “Made in Italy”, inteso come moda, design, cucina e vini, riscuote sempre molto successo, soprattutto in grandi città come Istanbul, Izmir ed Ankara e nelle città turistiche lungo le coste del Mediterraneo. La scorsa settimana si è tenuto a Istanbul il primo incontro di coordinamento degli italiani in Turchia in cui sono emersi interessanti argomenti su cui lavorare, tra questi anche la promozione della cultura e della lingua italiana. (2)
Istanbul, essendo da sempre la capitale culturale della Turchia, ha ben due licei italiani: il Liceo Scientifico Statale IMI e il Liceo Scientifico Parificato Galileo Galilei che, insieme alla Scuola dell’infanzia e primaria Marco Polo, seguono i programmi didattici del Ministero della Pubblica Istruzione Italiana. Sempre a Istanbul, negli ultimi anni, sono nate delle scuole primarie e secondarie con programmi scolastici turchi in cui però l’insegnamento della lingua italiana ha un ruolo molto importante con il fine di preparare gli alunni alla conoscenza dell’ italiano come prima lingua straniera. Questo fiorire di scuole primarie e secondarie private è dovuto anche al fatto che da poco il sistema scolastico in Turchia è stato riformato. I risultati di questa riforma non sono stati graditi da una buona parte della nuova borghesia e del ceto medio emergenti in Turchia che ha preferito iscrivere i propri figli nelle scuole private che, sí, seguono i programmi scolastici turchi, ma riservano maggiore spazio alla conoscenza delle lingue straniere e all’approfondimento delle materie scientifiche.
Questo trend si è diffuso anche a Izmir e Ankara. A Izmir, come dicevo sopra, c’è una grande presenza di levantini-italiani e per questa ragione esiste già una scuola elementare italiana gestita dalle suore. Negli ultimi 5 anni anche altre scuole primarie a Izmir hanno deciso di seguire la capitale culturale e cosí anche i bambini di Izmir possono apprendere l’italiano come prima lingua straniera.
L’offerta dei corsi di italiano si è notevolmente ampliata anche nelle università e nelle scuole di lingue, tanto che in città più decentrate dell’Anatolia, alcune università hanno cominciato ad offrire anche corsi di italiano come L2 o L3.
Io lavoro in una giovane università privata a Izmir. L’università di Economia di Izmir, sin dalla sua fondazione, ha fatto dell’insegnamento delle lingue straniere il suo fiore all’occhiello, infatti è la sola in tutta la Turchia in cui è obbligatorio lo studio di una seconda lingua straniera dopo quella inglese, quest’ultima lingua veicolo in classe per tutte le materie. Il dipartimento delle seconde lingue straniere, all’interno della scuola di lingue, offre la possibilità di studiare l’italiano, il francese, lo spagnolo, il giapponese, il russo, il cinese e il tedesco. Bisogna precisare però che la scuola di lingue non nasce come facoltà di linguistica, quindi non ci si specializza in nessuna di queste lingue, ma ogni studente che intraprende un percorso universitario dovrà scegliere di fare per 4 anni una delle lingue sopra elencate e, se si sarà impegnato, la sua conoscenza della lingua, alla fine del percorso, sarà pari al livello B1 del QCER. I nostri studenti sono abituati all’apprendimento delle lingue straniere ma ciò non toglie che per molti di essi il percorso è assai difficile, perché il turco e l’italiano sono molto lontani linguisticamente. La struttura morfosintattica delle due lingue è molto dissimile e questo spesso causa, soprattutto nella produzione orale e scritta, notevoli problemi. Per questa ragione non sempre si può usare in classe solo la lingua che si sta insegnando ma si deve mediare usando la loro lingua madre o l’inglese. Quest’ultima, usata come lingua ponte, spesso aiuta più dell’uso del turco in classe, perché di certo italiano e inglese sono più vicini. Per quanto riguarda invece un aspetto più prettamente glottodidattico, in moltissime realtà in Turchia, l’insegnamento delle lingue straniere è ancora basato sul metodo grammaticale traduttivo, ma, fortunatamente, nell’ultimo decennio, l’adozione di manuali più nuovi ha introdotto metodi e approcci più comunicativi.
Si studia italianistica invece all’università di Ankara e a quella di Istanbul, in quest’ultima la Sezione Italiana del Dipartimento di Lingue e Lettarature Straniere, insieme al Centro di Cultura Italiano di Istanbul, hanno organizzato per le giornate del 19 e 20 marzo 2015 un convegno internazionale di italianistica dal titolo: “Proposte per il nostro millennio: La letteratura italiana tra postmodernismo e globalizzazione”. Lo scopo principale del convegno è la promozione dello sviluppo della lingua e cultura italiana in Turchia, favorendo il dialogo tra i docenti e gli studiosi di questa disciplina. (3)
E allora, speriamo di vederci tutti lì a marzo.
Note:
(1) http://www.festivaletteraturadiviaggio.it/altrove/geografie/levante-e-levantini.htm
(2) (http://nuovolevantino.it/italiani-in-turchia-resoconto/
(3) http://canadiansocietyforitalianstudies.camp7.org/News-from-our-Members/3126655